Lyda Borelli

Lyda con Giorgio Cini Neonato Lyda con Giorgio Cini

La data esatta della sua nascita è stata a lungo incerta. Dal suo certificato di nascita, conservato nell’archivio del marito Vittorio Cini, ora sappiamo che Lyda nasce il 22 marzo 1887 a La Spezia. I genitori sono Napoleone Borelli e Cesira Banti, originari di Reggio Emilia, entrambi attori; ha una sorella, Ada, pure lei attrice. Dopo aver trascorso la fanciullezza in un collegio religioso a Firenze, debuttò nel 1901 nella compagnia diretta da F. Pasta, accanto a Virginia Reiter. La sua delicata sensibilità si rivelò nella prima italiana de La fortuna di A. Capus, dove la Borelli impersonò la fiorista Carlotta, riscattando la convenzionalità della figura con la carica di simpatia che seppe irradiare. V. Talli nel 1904 le aprì le porte della propria compagnia, la migliore dell'epoca. Accanto a Irma Gramatica, Ruggero Ruggeri e O. Calabresi, la Borelli fu Favetta nella prima rappresentazione de La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio (Teatro Lirico di Milano, 2 marzo 1904): la sua vena semplice e chiara doveva conferire alla figura schiva e sognante di Favetta una fisionomia inconfondibile. Il Talli fu il maestro e l'animatore instancabile della Borelli; divenuta prima attrice giovane, recitò come protagonista accanto alla Duse, al Talli e al Ruggeri a Firenze il 1º ottobre 1905, in una recita straordinaria di Fernanda di V. Sardou.

La Borelli rimase col Talli anche quando i maggiori esponenti della formazione se ne separarono, e con Edvige Reinach prima attrice si cimentò nel repertorio comico. Il Ruggeri la volle con sé nel marzo 1909; ormai in grado di imporre un suo stile, la Borelli incominciò a contaminare le sue native doti con gli atteggiamenti più spinti della donna liberty avvenente, raffinata, sontuosamente drappeggiata, serpentina nelle movenze: preannuncio delle future pose cinematografiche.

Nel 1912 F. Andò la scritturò per la sua formazione, e la Borelli entrò in ditta con U. Piperno e A. Gandusio. Si trovò pertanto a suo agio nel repertorio parigino, in commedie mondane e brillanti, tipiche del gusto boulevardier, piane e convenzionali, come La presidentessa di C. M. Hennequin e P. Veber che, andata in scena al Teatro Sannazaro di Napoli il 21 febbraio 1913, riscosse un grosso successo per la gustosissima caratterizzazione della Borelli, e La bella avventura di R. de Flers, G. A. de Caillavet ed E. Rey. Il 27 gennaio 1914 al Teatro Valle di Roma, accanto a Ugo Piperno, impersonò Vera Grossi nella prima de Il ferro di D'Annunzio, rappresentata contemporaneamente in tre città. Il 10 febbraio 1915 fu la marchesa di Montefranco in Maternità di R. Bracco. Il 19 febbraio partecipò come Rosina alla commedia Goldoni e le sue sedici commedie nuovedi P. Ferrari al Teatro Dal Verme di Milano, in una recita che doveva essere d'addio alle scene da parte di E. Novelli e per la quale si prestarono, anche in parti minime, attori di fama consacrata. Subito dopo entrò nella compagnia Fert diretta dal Novelli e s'impegnò in un repertorio eclettico, che andava dalla tragedia del Benelli e dalla commedia mondana del primo Bracco sino alle più piccanti pochades; esperienza cospicua, per il clima estetizzante ch'ella suscitò intorno alla figura della protagonista, rimase la Salomè di Oscar Wilde, recitata accanto al Novelli. Il 17 aprile 1915 ricoprì il ruolo di Stefania ne Le nozze dei centauri del Benelli, in prima rappresentazione al Teatro Carignano di Torino; il dramma, a un mese di distanza dall'entrata in guerra dell'Italia, dovette il successo, oltre che all'ardente interpretazione della Borelli, allo spirito nazionalistico di cui era pervaso. Nel 1917 ritornò col Piperno per dare un'ultima grande prova ne L'elevazione di H. Bernstein.

Dal 1913 al 1918 la Borelli fu un'acclamata attrice del cinema muto. Fu dapprima invitata dal regista Mario Caserini a impersonare Elsa Holbein in Ma l'amor mio non muore, accanto a Mario Bonnard. Dopo il primo film, l'attrice fu Mortella ne La memoria dell'altro di A. Degli Abbati, accanto al Bonnard; nel 1914, a fianco di Piperno, impersonò Stefania ne La donna nuda, che Carmine Gallone derivò da H. Bataille; nel 1915, in coppia con André Habay, fu Alba d'Oltrevita, un personaggio creato per la Borelli, in Rapsodia satanica di N. Oxilia; poi, accanto ad A. Novelli, Grazia di Plessans nella Marcia nuziale, che il Gallone trasse dal lavoro omonimo del Bataille. Nel 1916, avendo a compagno il Bonnard, impersonò Miss Salomè in un'altra trasposizione del Gallone dal Bataille, La falena; seguì l'interpretazione dell'allucinata Marina, a fianco del Novelli, in Malombra del Gallone, da A. Fogazzaro. Quella della esuberante Jeanne-Marie, sempre accanto al Novelli, in Madame Tallien del Caserini e di E. Guazzoni, terminò la serie dei suoi grandi successi. I suoi film si volsero d'allora in poi a contentare il grosso pubblico, ingolfandosi in tenebrose vicende modellate sulle precedenti, con lo stesso cast artistico, sino a La leggenda di Santa Barbara, film di propaganda commissionato dal ministero delle Armi e Munizioni, che segnò la fine, ai primi del 1918, della carriera cinematografica della Borelli.

La Borelli tradusse in atteggiamenti plastici e ricercati gli scatti del dialogo, relegato in una scarna didascalia, e sottolineò le pause di quello con gesti lenti e ritmati. Il suo tipo di recitazione si contrappose a quello aspro e spontaneo di Francesca Bertini, la posa fioreale a quella verista, e nacque, ad opera della critica cinematografica, l'appellativo di "fatale" di fronte a quello di "diva" coniato per la Bertini. Il "borellismo" divenne un fatto di costume, significò l'imitazione della "fatale" nell'arte e nella vita, ed ebbe fine quasi improvvisa in coincidenza col ritiro della Borelli a vita privata.

Nel 1918, a Gavorrano (Grosseto), la Borelli si sposava con l'industriale conte Vittorio Cini di Ferrara, ritirandosi dal teatro e dal cinema. Avversa alle manifestazioni mondane e dedita a opere di beneficenza, dopo la perdita del figlio Giorgio (1949), la Borelli si immerse sempre più nella solitudine del palazzo Cini già Loredan in Venezia.

Morì a Roma il 2 giugno 1959.

tratto da "BORELLI, Lyda, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 12 (1971) di Sisto Sallusti"

Fonti e Bibl.: Comune di La Spezia, Stato civile; F. M. Martini, in La Gazzetta di Torino, 12-13 giugno 1918; A. Cervi, Senza maschera…, Bologna 1919, pp. 1-4; S. D'Amico, Tramonto del grande attore, Milano 1929, pp. 31, 136; R. Simoni, Trent'anni di cronaca dramm., I, Torino 1951, pp. 181-187; F. Montesanti, La parab. della "Diva", in Bianco e nero, XIII (1952), n. 7-8, pp. 61-65; L. Ridenti, Ritratti perduti, Milano 1960, pp. 293-295; S. D'Amico, Cronache del teatro, I, Bari 1963, pp. 38, 41-42, 628; Id., in Encicl. Ital., VII, Roma 1930, p. 467, sub voce; N. Leonelli, Attori tragici-Attori comici, I, Milano 1940, pp. 165 s., sub voce; A. Casella-M. A. Prolo, in Encicl. dello Spettac., II, Roma 1954, coll.829 ss.,sub voce;R. Chiti, in Filmlexicon degli autori e delle opere, I, Roma 1958, coll.784 ss., sub voce.



Altre biografie che si possono trovare online (le notizie a volte sono discordanti):
- Da Enciclopedia Italiana (1930) di Silvio D'Amico
- Da Enciclopedia del Cinema (2003) di Margherita Pelaja
- Da Wikipedia



Ma l'amor mio non muore! Lyda Borelli e Gianpaolo Rosmino - Ma l'amor mio non muore! (1913)

Filmografia


(I collegamenti proposti sono a filmati presenti su YouTube. Quando assenti i collegamenti sono a pagine dedicate al film)





Lyda Borelli primadonna del Novecento Lyda Borelli primadonna del Novecento

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